Questo è il modo in cui usi WhatsApp che rivela bassa autostima, secondo la psicologia

Alzi la mano chi non ha mai fatto questa cosa: invii un messaggio su WhatsApp, vedi le due spunte diventare blu dopo qualche secondo e poi… niente. Silenzio totale. E tu lì, con il cuore che batte un po’ più forte, a fissare lo schermo come se potessi far materializzare una risposta con la sola forza del pensiero. Rileggi quello che hai scritto almeno cinque volte, cercando disperatamente l’errore fatale che ha fatto scappare l’altra persona. Tranquillo, non sei solo. Ma se questa scena si ripete così spesso da diventare la colonna sonora della tua vita digitale, forse c’è qualcosa di più profondo da guardare.

La psicologia ha iniziato a studiare seriamente come usiamo le app di messaggistica, e quello che ha scoperto è parecchio interessante. Non stiamo parlando della normale curiosità di sapere se qualcuno ha letto il tuo messaggio. Parliamo di quei pattern che trasformano WhatsApp in una specie di montagna russa emotiva, dove ogni notifica è un piccolo miracolo e ogni silenzio è una tragedia personale.

Quando le doppie spunte blu diventano un esame di autostima

Facciamo un salto indietro al 2003, quando Scott Caplan pubblicò uno studio fondamentale sulla comunicazione online problematica. La sua ricerca scoprì qualcosa di controintuitivo: le persone con bassa autostima e ansia sociale si buttano sulla comunicazione digitale proprio perché pensano di avere più controllo. Puoi pensare bene cosa scrivere, rileggere, modificare, cancellare. Niente imbarazzo del contatto visivo, niente pause imbarazzanti, niente rischio di arrossire.

Il problema? Quel controllo è una bella illusione. Caplan dimostrò che questo uso preferenziale della comunicazione online, invece di risolvere l’ansia sociale, tende a creare pattern ancora più problematici nel lungo periodo. È come prendere un antidolorifico che funziona per un’ora ma poi ti fa stare peggio di prima.

Poi arrivarono Ryan e Xenos nel 2011, con una ricerca su Facebook. Loro scoprirono che le persone con bassa autostima non solo preferiscono comunicare online, ma tendono anche a interpretare i segnali ambigui in modo sistematicamente negativo. Quella persona che ha visualizzato ma non ha risposto? Per qualcuno con autostima solida potrebbe essere semplicemente occupata. Per chi lotta con l’insicurezza, diventa immediatamente la prova che sei noioso, inadeguato o che hai detto qualcosa di sbagliato.

Il test delle doppie spunte: ti riconosci in questi comportamenti?

Prima di andare avanti, facciamo un check veloce. Quante di queste cose fai regolarmente?

  • Controlli WhatsApp ogni pochi minuti anche quando non hai ricevuto notifiche, solo per essere sicuro
  • Vedi che qualcuno è “online” e provi un’ondata di ansia perché non ti sta scrivendo
  • Rileggi ossessivamente i messaggi che hai inviato, cercando di capire cosa potrebbe aver fatto arrabbiare l’altro
  • Il tuo umore durante il giorno dipende pesantemente da quanto velocemente le persone ti rispondono
  • Senti un impulso quasi incontrollabile a rispondere immediatamente a ogni messaggio
  • Interpreti automaticamente ogni ritardo nella risposta come un segnale di disinteresse o rifiuto personale

Se hai annuito a più della metà di questi punti, probabilmente WhatsApp è diventato molto più di un semplice strumento di comunicazione. È diventato il tuo termometro emotivo quotidiano, e questo – secondo diversi studi di Billieux e colleghi del 2015 e di Wegmann e Brand del 2016 – è spesso collegato a un bisogno elevato di approvazione sociale e a un’autostima che dipende troppo dal feedback degli altri.

La scienza dietro quella voglia irresistibile di controllare il telefono

C’è una ragione precisa per cui quel pallino verde di WhatsApp ha un potere quasi magnetico su di te. Si chiama rinforzo intermittente, ed è lo stesso identico meccanismo che rende le slot machine così dannatamente efficaci nel creare dipendenza.

Il concetto venne documentato per la prima volta da Ferster e Skinner nel loro lavoro monumentale del 1957, programmi di rinforzo. Il principio è semplice ma devastante: quando una ricompensa arriva in modo imprevedibile, il comportamento diventa molto più frequente e resistente all’estinzione rispetto a quando la ricompensa è costante e prevedibile.

Pensa alle slot machine: se ogni volta che tiri la leva vincessi qualcosa, ti annoieresti in fretta. Ma siccome non sai mai quando arriverà il premio, continui a provare. Il tuo cervello entra in uno stato di allerta costante, sempre in attesa del prossimo colpo di fortuna.

WhatsApp funziona esattamente così. Non sai quando arriverà la prossima notifica, il prossimo messaggio, la prossima prova che sei importante per qualcuno. Studi di neuroscienze, come quelli di Schultz pubblicati nel 1998 e aggiornati nel 2016, hanno dimostrato che le ricompense imprevedibili attivano in modo potentissimo il sistema dopaminergico mesolimbico – praticamente il circuito della ricompensa del cervello. È lo stesso sistema che si attiva con il cibo, il sesso e le droghe.

Ricerche più recenti, come quella di Turel e Bechara del 2016, hanno mostrato che le notifiche degli smartphone creano proprio questo tipo di loop compulsivo difficilissimo da spezzare. E se hai già una base di autostima fragile, questo meccanismo diventa ancora più insidioso: ogni notifica è una piccola dose di validazione, ogni risposta ricevuta è la conferma temporanea che vali qualcosa.

Il fenomeno FOMO: quando la paura di perdersi qualcosa diventa paura di non valere nulla

Forse hai sentito parlare di FOMO – paura di essere tagliati fuori, la paura di perdersi qualcosa. Przybylski e colleghi nel 2013 hanno pubblicato uno studio fondamentale su questo fenomeno, dimostrando che alti livelli di FOMO sono associati a un controllo più frequente del telefono, maggiore ansia e una soddisfazione di vita più bassa.

Ma c’è un livello ancora più profondo. Per chi ha bassa autostima, non è solo la paura di perdersi un evento o una conversazione. È la paura che ogni momento in cui non sei connesso, non stai ricevendo quelle piccole conferme di esistenza che ti fanno sentire valido. È come se il tuo valore come persona esistesse solo quando qualcuno te lo conferma attraverso un messaggio.

L’ipersensibilità al rifiuto nell’era digitale

Esiste un concetto in psicologia chiamato sensibilità al rifiuto, studiato approfonditamente da Downey e Feldman in una ricerca del 1996. Descrive la tendenza di alcune persone ad aspettarsi, percepire e reagire in modo intenso a segnali di possibile rifiuto sociale.

WhatsApp è praticamente un campo minato per chi ha questa caratteristica. L’app ti fornisce una quantità impressionante di micro-informazioni: è online? Ha visualizzato? Sta scrivendo? Ha smesso di scrivere? Per chi è ipersensibile al rifiuto, ognuno di questi segnali diventa un indizio potenzialmente minaccioso da interpretare.

Quella persona era online ma non ha aperto il tuo messaggio? Sta chiaramente evitando di parlarti. Ha iniziato a scrivere qualcosa e poi si è fermata? Probabilmente ha pensato che non valevi una risposta. Ha risposto dopo tre ore con un semplice “ok”? Sta cercando di allontanarsi da te. Questa spirale interpretativa, alimentata dall’ansia, trasforma ogni conversazione in una fonte di stress invece che di connessione.

Quando il tuo valore dipende da uno smartphone: l’autostima contingente

Nel 2001, Crocker e Wolfe pubblicarono un lavoro fondamentale sull’autostima contingente – cioè quel tipo di autostima che non è stabile e interna, ma dipende fortemente da fattori esterni variabili come il successo, l’aspetto fisico o l’approvazione sociale.

Nel contesto di WhatsApp, questo si traduce in un’autostima che oscilla continuamente in base alle risposte ricevute. Hai ricevuto una risposta entusiasta con tre emoji e due punti esclamativi? Ti senti fantastico. Hai ricevuto un “ok” secco? Precipiti in uno stato di ansia e autocritica. Il problema è che questo tipo di autostima è estremamente fragile perché è in balìa di fattori che non puoi controllare: l’umore degli altri, la loro disponibilità, i loro tempi di risposta.

In uno studio successivo del 2004, Crocker e Park dimostrarono che uno stile di autostima fortemente contingente sull’approvazione degli altri è associato a maggiore vulnerabilità a umore depresso, ansia e comportamenti di ricerca compulsiva di conferma. Più cerchi validazione all’esterno, meno sviluppi la capacità di dartela da solo. È un circolo vizioso perfetto.

Il grande paradosso: connessi ma più soli

Eccoci al grande paradosso della nostra epoca digitale. WhatsApp e i social network nascono teoricamente per farci sentire più connessi, ma per chi ha un’autostima fragile possono trasformarsi in una fonte primaria di solitudine e ansia relazionale.

Kross e colleghi nel 2013 pubblicarono uno studio longitudinale su Facebook che fece molto rumore. Scoprirono che un uso passivo e basato sul confronto sociale era associato a un peggioramento del benessere soggettivo e a un aumento di sentimenti negativi nel tempo. Non era il tempo trascorso online in sé il problema, ma il tipo di uso e le motivazioni dietro.

Cosa pensi quando visualizza ma non risponde?
Mi ignora di proposito
Avrà altro da fare
Non gli interessa più
Panico: ho sbagliato tutto

Una revisione sistematica di Kuss e Griffiths del 2017 confermò che l’uso problematico di social network e app di messaggistica è fortemente associato a bassa autostima, maggiore solitudine e sintomi ansiosi o depressivi. Invece di sentirti più vicino alle persone, ti ritrovi in uno stato costante di ipervigilanza, analizzando ogni dettaglio e vivendo ogni interazione come un potenziale test del tuo valore.

Ma WhatsApp non causa bassa autostima (e questa è una buona notizia)

Facciamo una precisazione importante: le evidenze scientifiche disponibili non supportano l’idea che WhatsApp “causi” bassa autostima in modo diretto. Sarebbe troppo semplice e anche sbagliato dare tutta la colpa a un’app.

Quello che mostrano gli studi – come quello di Caplan del 2003 e la revisione di Andreassen e colleghi del 2017 – è che caratteristiche preesistenti come bassa autostima, ansia sociale o sensibilità al rifiuto possono predisporre a un uso più problematico delle app di messaggistica.

Allo stesso tempo, c’è anche evidenza di una relazione circolare: un uso intensivo, motivato da bisogno di approvazione e controllo, può a sua volta contribuire al mantenimento di ansia, confronto sociale negativo e umore depresso. Non è un semplice rapporto causa-effetto in una direzione, ma un ciclo che si auto-alimenta.

I segnali d’allarme: quando preoccuparsi davvero

Non tutti quelli che controllano le spunte blu hanno problemi di autostima. Esiste una bella differenza tra un uso normale e uno problematico. Il punto critico arriva quando questi comportamenti diventano compulsivi e compromettono il tuo benessere.

Billieux e colleghi nel 2015, e Montag e colleghi nello stesso anno, hanno identificato alcuni criteri chiave dell’uso problematico di smartphone e messaggistica: controllo compulsivo che non riesci a fermare, interferenza significativa con attività quotidiane come lavoro o studio, sofferenza psicologica intensa quando non puoi accedere al dispositivo, e difficoltà a ridurre l’uso nonostante le conseguenze negative evidenti.

Un altro segnale importante è la difficoltà a tollerare l’incertezza. Se l’impossibilità di sapere “perché non mi risponde” ti manda in uno stato di agitazione tale da farti rileggere ossessivamente le conversazioni o inventare scuse per inviare altri messaggi solo per “verificare”, probabilmente questa intolleranza dell’ambiguità sta rivelando un bisogno profondo di controllo legato all’insicurezza.

Come spezzare il ciclo: dalla consapevolezza al cambiamento

La buona notizia è che riconoscere questi pattern è già il primo passo fondamentale verso il cambiamento. Non è solo un cliché: è un principio base di molti approcci psicologici, dalla terapia cognitivo-comportamentale alle terapie basate sulla mindfulness.

La consapevolezza ti permette di creare quella piccola ma cruciale distanza tra l’impulso e l’azione. È quello spazio in cui puoi scegliere di comportarti diversamente invece di reagire automaticamente.

Lavorare sulla propria autostima significa gradualmente spostare il centro di gravità emotivo da fuori a dentro. Come suggeriscono Swann e colleghi in una revisione del 2007, e Crocker e Park nel loro lavoro del 2004, l’obiettivo è passare da un’autostima contingente e reattiva a una più stabile e interna. Invece di chiedere continuamente “Cosa pensano di me?”, iniziare a chiedersi “Cosa penso io di me stesso?”.

Strategie pratiche che funzionano davvero

Dal punto di vista pratico, la ricerca ha testato diverse strategie di regolazione dell’uso dello smartphone. Van Deursen e colleghi nel 2015, e Rozgonjuk e colleghi nel 2019, hanno trovato che interventi relativamente semplici possono avere effetti positivi: limiti di tempo consapevoli, disattivazione selettiva delle notifiche in certi orari, e “pause digitali” programmate hanno mostrato piccoli ma significativi benefici su stress, qualità del sonno e benessere soggettivo.

Ogni volta che resisti all’impulso di controllare compulsivamente il telefono, ogni volta che ti concedi di non rispondere immediatamente senza sentirti in colpa, stai allenando quella parte di te che può darsi valore indipendentemente dal feedback esterno. Non è magia: è allenamento emotivo, esattamente come si fa con un muscolo.

Verso relazioni più autentiche (anche attraverso uno schermo)

La ricerca di Kernis del 2003, insieme al lavoro già citato di Crocker e Wolfe, distingue tra un’autostima stabile e interna e forme più fragili e dipendenti dal contesto. Un’autostima relativamente stabile è associata a maggiore resilienza di fronte a rifiuti o delusioni, mentre quella altamente contingente tende a fluttuare drammaticamente con ogni feedback ricevuto.

Questo significa che la tua reazione emotiva a un messaggio visualizzato ma non ancora “ricambiato” dice spesso più della tua struttura di autostima che della reale intenzione dell’altra persona. Come sottolineano studi sulle attribuzioni sociali e sui fraintendimenti comunicativi nei contesti mediati dalla tecnologia, esistono sempre interpretazioni alternative: l’altro potrebbe essere occupato, stanco, distratto, o semplicemente non bravo con i messaggi.

Ironicamente, quando smetti di usare WhatsApp come strumento di validazione continua e inizi a usarlo semplicemente per comunicare, le tue relazioni migliorano. Verduyn e colleghi nel 2017, e Reinecke e Trepte nel 2014, hanno trovato che un uso più intenzionale e meno compulsivo dei social è associato a maggior benessere e a relazioni percepite come più autentiche.

Diventi meno ansioso, meno bisognoso, più presente. Le persone percepiscono questa differenza, anche attraverso uno schermo. Le conversazioni diventano più genuine quando non sono guidate dalla disperazione di ottenere conferme ma dal genuino desiderio di connessione.

Il messaggio più importante non arriverà mai via notifica

Alla fine, la questione centrale è questa: il tuo valore come persona non può e non deve dipendere dalla velocità con cui qualcuno risponde ai tuoi messaggi. Non può dipendere dal numero di emoji che ricevi, dalla lunghezza delle risposte o dalla frequenza con cui qualcuno si fa vivo.

Questi sono indicatori estremamente inaffidabili e variabili, influenzati da mille fattori che non hanno nulla a che fare con il tuo reale valore. La persona dall’altra parte potrebbe essere oberata di lavoro, potrebbe star vivendo un momento difficile, potrebbe semplicemente non essere particolarmente brava con i messaggi. O sì, in alcuni casi potrebbe essere meno interessata di quanto vorresti.

Ma anche in questo scenario, la tua reazione emotiva – se è sproporzionata, devastante, se ti manda in una spirale di autocritica – sta dicendo qualcosa su quanto poco ti senti sicuro del tuo valore a prescindere. Come mostrano gli studi di Hall e colleghi del 2021, anche cambiamenti relativamente piccoli nelle abitudini online e nel modo in cui ci relazioniamo con la tecnologia possono avere effetti positivi sul benessere.

Costruire un’autostima più solida significa sviluppare quella voce interna che può dire “Mi dispiace che questa persona non abbia risposto come speravo, ma questo non definisce chi sono”. Significa poter tollerare il disagio dell’incertezza senza collassare emotivamente. Significa, in ultima analisi, riappropriarsi del proprio potere emotivo invece di lasciarlo in mano a notifiche e spunte colorate.

WhatsApp può tornare a essere quello che dovrebbe: uno strumento comodo per rimanere in contatto. Niente di più, niente di meno. Ma questo shift richiede un lavoro interiore, un percorso che parte dal riconoscere questi pattern e arriva, gradualmente, a costruire un senso di sé più stabile.

Se ti sei riconosciuto in molti di questi comportamenti, non vergognartene. Come mostrano le ricerche di Kuss e Griffiths, l’uso problematico di smartphone e messaggistica è un fenomeno diffuso nelle società connesse: non sei solo, non sei strano, e non c’è nulla di fondamentalmente sbagliato in te. Il bisogno umano di connessione e riconoscimento è assolutamente normale e sano. Il punto è trovare modi più sani e sostenibili di soddisfare questi bisogni, modi che ti rendano più forte invece che più fragile. E ricorda: il messaggio più importante che puoi ricevere non arriverà mai via notifica. È quello che puoi imparare a darti da solo, ogni giorno, indipendentemente da quante spunte blu vedi o non vedi sul tuo schermo.

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