Filetti di merluzzo al supermercato: cosa nascondono davvero quei bollini che nessuno ti spiega

Quando ci troviamo davanti al banco frigo dei surgelati, i filetti di merluzzo sembrano tutti uguali. Eppure, sulle confezioni spicca una vera e propria giungla di simboli, bollini e certificazioni che promettono qualità, sostenibilità e tracciabilità. Ma quanti di noi sanno davvero cosa significano questi marchi? E soprattutto: possiamo fidarci ciecamente di ciò che comunicano?

La realtà è che dietro quei piccoli loghi colorati si nasconde un mondo complesso, fatto di organismi certificatori, normative europee e dichiarazioni volontarie che non sempre garantiscono ciò che il consumatore si aspetta. Comprendere questi simboli non è un vezzo da esperti, ma una necessità per chi vuole fare scelte consapevoli e non farsi ingannare da strategie di marketing mascherate da trasparenza.

Il labirinto delle certificazioni di sostenibilità

Uno dei bollini più diffusi sui filetti di merluzzo è quello che certifica la pesca sostenibile. Questi marchi dovrebbero garantire che il pesce provenga da stock ittici gestiti responsabilmente, con metodi che non danneggiano l’ecosistema marino. Tuttavia, esistono numerosi enti certificatori privati, ciascuno con i propri standard e criteri di valutazione.

Il problema fondamentale è che non esiste un’autorità unica e indipendente che verifichi uniformemente tutte queste certificazioni. Il Regolamento europeo che stabilisce le norme per l’informazione sugli alimenti di origine animale delega infatti spesso a schemi privati senza un controllo centralizzato unico. Alcuni organismi applicano parametri molto rigorosi, altri sono decisamente più permissivi. Per il consumatore medio, distinguere tra un bollino davvero affidabile e uno creato principalmente per scopi commerciali diventa praticamente impossibile.

Bisogna poi considerare che molte certificazioni vengono rilasciate sulla base di autodichiarazioni delle aziende stesse, con controlli periodici che possono avvenire a distanza di anni. In questo lasso di tempo, le condizioni di pesca e le pratiche aziendali possono cambiare significativamente, rendendo il bollino sulla confezione un’istantanea ormai obsoleta della realtà. Diversi rapporti di organizzazioni ambientaliste hanno evidenziato ritardi nei riesami di alcuni dei più noti schemi di certificazione, sollevando dubbi sulla loro effettiva affidabilità nel tempo.

Zone FAO: numeri che dicono poco

Per legge, le confezioni di pesce devono riportare la zona FAO di cattura, identificata da un numero specifico. Si tratta di un obbligo previsto dalla normativa europea sull’etichettatura alimentare. Queste zone sono aree geografiche vastissime che coprono intere porzioni di oceano. Vedere indicata la zona FAO 27 o la zona FAO 21 dovrebbe informarci sulla provenienza del merluzzo, ma nella pratica questo dato risulta quasi inutile per valutare la qualità del prodotto.

Una zona FAO può estendersi per milioni di chilometri quadrati, comprendendo acque con caratteristiche ambientali completamente diverse, livelli di inquinamento variabili e stock ittici in condizioni molto differenti tra loro. Sapere che il merluzzo proviene dall’Atlantico nord-orientale ci dice poco: si tratta di un’area che va dalle coste norvegesi fino al Portogallo, come definito dalla FAO nelle sue aree di pesca principali.

Questa genericità rende la zona FAO un’informazione tecnicamente corretta ma sostanzialmente poco significativa per chi vuole capire se sta acquistando un prodotto di qualità. Sarebbe come indicare “Europa” come provenienza di un formaggio: tecnicamente vero, praticamente inutile per orientare una scelta consapevole.

I metodi di pesca: quando l’etichetta tace

Ancora più critica è la questione dei metodi di pesca. Sebbene l’indicazione sia obbligatoria secondo la normativa europea, spesso viene riportata con codici o abbreviazioni incomprensibili ai più. La legge richiede la descrizione del metodo di produzione ma non ne standardizza la forma comunicativa. La differenza tra pesca a strascico, con reti da circuizione o con palangari non è solo tecnica: questi metodi hanno impatti ambientali drasticamente diversi e influenzano anche la qualità della carne del pesce.

Il merluzzo pescato con il palangaro, ad esempio, subisce meno stress rispetto a quello catturato con reti a strascico, che trascinano sul fondo marino centinaia di esemplari contemporaneamente. Studi scientifici hanno dimostrato che questo si traduce in differenze organolettiche percepibili, oltre che in conseguenze ecologiche evidenti. Eppure, queste informazioni vengono spesso relegate in caratteri microscopici o nascoste dietro sigle che richiederebbero un decoder per essere comprese.

Alcuni produttori sfruttano questa complessità per evitare di comunicare chiaramente metodi di pesca meno sostenibili, limitandosi al minimo richiesto dalla normativa senza alcuna volontà di trasparenza reale verso il consumatore.

Bollini di qualità: chi li controlla davvero?

Oltre alle certificazioni ambientali, esistono numerosi bollini che promettono qualità superiore, controlli rigidi o caratteristiche particolari del prodotto. Alcuni fanno riferimento a consorzi di produttori, altri a standard aziendali interni, altri ancora a parametri non meglio specificati.

La questione cruciale è: chi verifica che questi bollini corrispondano effettivamente a una qualità superiore? In molti casi, si tratta di marchi registrati privati, senza un ente terzo indipendente che ne verifichi costantemente la validità, a differenza dei marchi di denominazione protetta riconosciuti dall’Unione Europea che richiedono controlli ufficiali. Il rischio è quello di trovarsi di fronte a semplici strumenti di marketing che creano un’illusione di garanzia senza fornire alcun valore aggiunto reale.

Particolarmente insidiosi sono i bollini che richiamano concetti generici come “qualità controllata” o “selezione premium”: formule vaghe che non sono associate a parametri misurabili e confrontabili, ma che influenzano psicologicamente la percezione del consumatore, giustificando spesso anche prezzi più elevati senza una reale corrispondenza qualitativa.

Cosa può fare concretamente il consumatore

Di fronte a questa complessità, il consumatore non è completamente disarmato. Prima di tutto, è utile diffidare delle confezioni che presentano troppi bollini: spesso la quantità di simboli serve a confondere piuttosto che a informare. Un prodotto davvero trasparente non ha bisogno di riempire la confezione di loghi.

È fondamentale imparare a riconoscere le informazioni obbligatorie da quelle volontarie. Denominazione scientifica della specie, zona di cattura, metodo di pesca e stato del prodotto (fresco o scongelato) devono essere sempre presenti e leggibili secondo quanto stabilito dalla normativa europea sui prodotti della pesca. Se queste informazioni sono difficili da trovare o scritte in modo poco chiaro, è già un segnale d’allarme.

Per quanto riguarda le certificazioni di sostenibilità, vale la pena informarsi preventivamente sui principali organismi certificatori, capendo quali applicano standard più rigorosi e quali sono più permeabili alle pressioni commerciali. Esistono database online e associazioni di consumatori che forniscono queste valutazioni comparative, permettendo di orientarsi meglio nella scelta.

Non bisogna poi sottovalutare il valore del rapporto diretto con il personale del punto vendita. Porre domande specifiche sulla provenienza e sulla tracciabilità del prodotto può fare la differenza: un’azienda seria ha sempre risposte chiare da fornire, mentre risposte vaghe o generiche dovrebbero insospettire.

Il prezzo resta un indicatore da non ignorare. Filetti di merluzzo venduti a prezzi significativamente inferiori alla media di mercato difficilmente provengono da pesca sostenibile o garantiscono elevati standard qualitativi. La qualità ha un costo, e quando questo sembra troppo basso, probabilmente qualcuno sta pagando quel prezzo al nostro posto: che sia l’ambiente, i lavoratori della filiera o la qualità stessa del prodotto. Dietro ogni confezione di filetti di merluzzo c’è una storia che i bollini e i simboli dovrebbero raccontare onestamente. Spetta a noi consumatori pretendere quella chiarezza che oggi manca, trasformando l’acquisto consapevole non in un’impresa impossibile, ma in un diritto esigibile.

Quando compri merluzzo surgelato a cosa guardi prima?
Il prezzo più basso
I bollini di certificazione
La zona FAO di cattura
Il metodo di pesca
Non guardo nulla di specifico

Lascia un commento